shock nichilistico

shock nichilistico

La realtà non ha senso. Credo che sentirselo dire, la prima volta, crei un piccolo shock.
Abituati a riempire di qualsiasi cosa – e quindi anche di senso – tutto quello che ci sta intorno, ad essere circondati da cose “piene” che “servono a fare qualcosa” se no si buttano perché appunto “non servono a niente”, la vertigine creata dall’assenza di significato diventa percepibile negli occhi di chi mi ascolta, che scrutano tra le righe del testo un appiglio, una riga in cui ancora poter trovare la “parola che mondi possa aprire”, che possa farci credere di “aver capito male la frase”. Ma come? La realtà non avrebbe senso? Forse non ho capito bene. E tutto quello in cui ho creduto fino ad adesso? Il mio rassicurante mondo? Eh…. il fatto è che… di senso… non ce n’è, e quello che c’è te lo sei inventato tu.

E’ l’horror vacui di Aristotelica memoria, l’idea per cui la natura rifugge il vuoto: non lo sopporta e lo deve riempire di qualcosa. E anche noi siamo natura, anche noi vogliamo riempire di senso, cioè di valori, il nostro piccolo o grande mondo perché alla nostra mente è inconcepibile  l’assenza del senso delle cose. E’ l’eterna storia del nichilismo: ogni secolo si lancia in questa corsa per dare il senso alle cose attraverso dei valori proclamati eterni per lo spazio di qualche generazione.

Verità indiscutibili, assolute fino al momento in cui inevitabilmente vacillano, entrano in crisi, e poi crollano. I lanternini di Pirandello, i presunti varchi di Montale. Gli studenti sembrano shockati: ma come, il nostro Pirandello dice questo? Quello della Giara? Sembrava così innocuo e tranquillizzante, invece… tutt’altro. E Montale? Quell’ometto piccolo-borghese sembrava così… pacifico, così tutto sommato insignificante. Come può permettersi di dire un’enormità del genere?

E’ così: il tentativo – sempre inevitabilmente disperato – di dare senso alle cose è l’attività fondamentale del nostro cervello che a questo serve: ad ordinare, classificare, collegare, spiegare la realtà istituendo collegamenti sempre nuovi anche laddove non ci sono, o sono assai improbabili. Ma ci vogliamo credere lo stesso.
Osservate il quadro di Escher, Sky and Water, gli uccelli diventano pesci che diventano uccelli. Non è così? Il nostro occhio non cerca forse il senso anche laddove il reale ne è palesemente privo? Un esercizio a cui la mente non si può sottrarre, condannata a cercare un senso dalla stessa natura che gliela chiede perché – lei – non ce l’ha.

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