Sardine

Sardine

 

In una intervista (La Repubblica, 15 agosto 2010, p. 64) il primatista mondiale di Salto triplo, Jonathan Edwards – il cui record di 18,26 metri stabilito nel 1995 è ancora imbattuto dopo 15 anni – racconta che andò ai Giochi Olimpici di Sidney 2000 con una scatola di sardine in fondo alla borsa.

Immaginiamo Edwards in pista mentre conquista la Medaglia d’oro olimpica con questa scatola di sardine. E immaginiamoci quanti altri atleti avranno avuto in borsa un talismano, un portafortuna o qualcosa del genere.

Domandiamoci ora: quanti di questi atleti vinsero? Non lo possiamo sapere. Prima della prova svelare il talismano equivale ad annullarne l’efficacia e dopo, se si è perso, non interessa a nessuno; se invece si è vinto, non lo si rivela comunque o per vergogna o per egoismo allo scopo di impedire che qualcun altro possa batterci all’occasione successiva.

Tuttavia i più penseranno che non sarà stata certo quella scatola di sardine a far vincere a Edwards la Medaglia d’oro. Forse è così; forse no. Ringrazio comunque Edwards per averci svelato la presenza di quella scatola di sardine in fondo alla sua borsa.

Qualora trovaste divertente fare un salto triplo con una scatola di sardine (nella borsa), vi avviso che molto probabilmente non vincereste le Olimpiadi. Ovvio: non siete mica Jonathan Edwards! Ma anche se lo foste, non vi trovereste più ai Giochi Olimpici di Sidney in quel preciso giorno e in quella precisa ora dell’anno 2000. D’altra parte non abbiamo alcun modo di sapere se Edwards avrebbe ugualmente vinto la medaglia d’oro a Sidney 2000 SENZA (dio non lo voglia!) la scatola di sardine nella borsa. Possiamo invece facilmente rispondere alla domanda: “perché Edwards aveva quella scatola di sardine in fondo alla borsa?”. Ce lo racconta Edwards.

Egli avrebbe voluto compiere il miracolo: Gesù aveva moltiplicato pane e pesci, e si diceva che quei pesci fossero sardine. Ma anche se non lo fossero state, che importa? In quel giorno lontano del 2000 Jonathan credeva che fossero sardine e ciò gli sarebbe bastato per compiere il suo miracolo: la medaglia d’oro olimpica. Ci credeva, e questo era tutto quello che occorreva per vincere: che ci credesse. Glielo aveva insegnato suo padre, che era un pastore anglicano. Questa era la religione, e questa è la religione: credere, credere, credere. Contro ogni logica. Credere anche in una scatola di sardine: una follia. Sì, ma mica poi tanto. La medaglia d’oro Edwards l’ha vinta. E questo è il suo miracolo. Cosa c’è di più straordinario, di più folle, di un miracolo? Nulla. Il miracolo è la contraddizione di tutte le leggi della fisica, cioè della spiegazione razionale della realtà?. San Paolo, mi pare parlasse della “follia della Croce” .

Quand’anche si scrivessero ponderosi volumi (e certamente ne sono stati scritti e anche di molto interessanti) che smontassero razionalmente una ad una tutte le meccaniche della costruzione di questa o di quella religione, non si sarebbe in realtà intaccato nulla della religione, che è appunto una follia e come tale destinata a sfuggire all’analisi razionale. Il problema non è cosa si crede, ma perché si crede. Semplicemente, si crede perché ci è necessario per superare i nostri limiti. E non mi pare banale.

Oggi Edwards è un commentatore sportivo della Bbc che non crede più alle sardine. E non solo a quelle. Si professa ateo. Inoltre sembra farlo con la stessa fermezza che in gioventù non gli consentiva di gareggiare la domenica perché era giorno consacrato a Dio. Del resto “professare” e “credere” sono sinonimi. Professarsi ateo o credere in dio, che differenza fa? Non ha tanto importanza in cosa si crede, quanto il credere in sé. Anche l’ateismo è una religione: è quella religione per la quale si crede di non credere. La religione senza dio; ma pur sempre una religione.edwards

Non sarà l’ateismo a dissolvere la religione; una religione si dissolve quando viene distrutto il suo “piccolo” mondo. Quante sono le religioni oggi, in questo mondo? Per quante siano, il loro numero non sarà mai maggiore di quello delle religioni scomparse. Sono molto più numerose le religioni scomparse di quelle esistenti perché sono più i mondi di ieri rispetto a quelli di oggi. Il mondo di Edwards era il piccolo mondo dello sport, “con le sue certezze: allenamento, gara, coach, squadra, massaggiatore. Non c’è altro che conti, non serve, perché lo sport ti ripaga con l’adrenalina. Ma ti restringe i confini. In più se vuoi arrivare in alto devi avere fede. Devi credere a qualcosa e a qualcuno. Consacrarti. E’ una forma di doping naturale. Non puoi essere libero”.

Quello era il mondo di Edwards. La sua religione si è dissolta con esso. Ogni volta che si dissolve un mondo, la sua religione dovrà evolvere. E non è detto che ci riesca: potrebbe anche estinguersi. Il cristianesimo di oggi non è quello del medioevo. D’altra parte neanche il mondo dello sport di oggi è quello di una volta. Oggi frugando nelle borse degli atleti temo che troveremmo ben altro che una scatola di sardine. .

La dissoluzione dei mondi è la fine della religione. Infatti tutte le religioni hanno un mito escatologico che agitano come arma finale. Tutte parlano della fine del mondo. Ma si sbagliano. Non è la fine del mondo. E’ la fine di un mondo.

2 Commenti

  1. «Anche l’ateismo è una religione: è quella religione per la quale si crede di non credere. La religione senza dio; ma pur sempre una religione.»

    No, non è una religione. Tra credere e non credere passa una bella differenza. Altrimenti non credere nelle scatolette porta fortuna sarebbe anch’essa una superstizione…

    http://uticense.blogspot.com/2010/06/lateismo-non-e-una-religione-ne-una.html

    Ciao

  2. Caro censore,
    il fatto che la frase “l’ateismo è una religione” sia in cima alla lista delle ricerche di Google non può essere spiegabile soltanto con un errore concettuale di gente incolta. Penso che ci sia qualcosa di più e che vada esaminato.

    Religione è parola dalla etimologia controversa.
    Il pagano Cicerone la faceva derivare da “porre attenzione”, l’ateo Lucrezio da “legare” e per questo intendeva con la sua opera sciogliere i legami che imprigionano l’uomo; il cristiano Lattanzio propendeva anch’egli per questa derivazione etimologica, ribaltandola in positivo però: rivelare il legame con Dio.

    Io penso che avesse ragione Cicerone che faceva derivare religione da rĕlĕgo e non da rĕlĭgo, come gli altri due. In ogni caso così la intendo io.

    Nella storia di Edwards mi ha colpito l’attenzione, la concentrazione necessaria all’atleta di cui la scatola delle sardine era lo strumento (l’amuleto questo è: un oggetto che aiuterebbe la concentrazione). E’ questa attenzione che mi è piaciuto paragonare a quella del religioso che è appunto, nella etimologia ciceroniana, chi si concentra sulla pratica del culto, la esamina e la considera, la ri-pensa.

    Per fortuna nella nostra lingua abbiamo due verbi: credere e pensare. Dico per fortuna, perché se avessimo solo credere, saremmo davvero nei guai. Il problema è che “credere” significa sia “ritenere (avere un’opinione)” sia “avere fede”. Due concetti piuttosto diversi! Per eliminare questa ambiguità bisogna usare “penso” e non “credo”.
    Pensa (appunto…) che guaio se “Cogito ergo sum” fosse tradotto in Italiano “Credo dunque sono”.

    In conclusione: a me sembra che il concetto di «religioso» sia molto più ampio di quello di «credente» e che confinarlo ai fedeli sia più sbagliato che limitativo.
    rĕlĭgĭōsus ha come primo significato
    1 scrupoloso, coscienzioso, leale
    e poi quello di
    2 religioso, devoto, pio
    (cfr. http://www.dizionario-latino.com/dizionario-latino-italiano.php?lemma=RELIGIOSUS100)
    Addirittura a me pare più religioso un ateo che pensa, piuttosto che un fedele che crede. Purché l’ateo pensi, e non creda. La fede, se è fede, per quanto cerchi il supporto della ragione, alla fine è cieca.

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