L’unico colore è il colore dell’uomo

L’unico colore è il colore dell’uomo

Che Pierpaolo Pasolini fosse un profeta, se ne possono rendere conto tutti leggendo le sue poesie, perlomeno tutti quelli che non si lasciano offuscare lo sguardo dal velo del pregiudizio. Ma Pasolini era profetico anche quando creava i suoi film, che sono pieni di poesia. Una poesia che è tra le più alte del ‘900, come disse Alberto Moravia nella famosa orazione funebre del 1975: “Quando sarà finito questo secolo, Pasolini sarà tra i pochissimi che conteranno come poeta.”  Siamo arrivati alla fine del XX secolo. L’abbiamo superata: di Pasolini non solo si continua a parlare, ma le sue idee tagliano, dividono come sempre.

E le sue idee non sono soltanto le sue poesie, i suoi articoli, i saggi, ma anche i suoi film. Come questo “La rabbia”, girato nel 1963 e presentato alla Mostra del Cinema di Venezia a settembre del 2008 da Giuseppe Bertolucci che l’ha rimontato secondo le intenzioni del poeta, dopo che ne era stato fatto scempio in seguito ad una vicenda che ha dell’incredibile, ma che ha anche un sapore molto italiano. Grazie anche a Tatti Sanguinetti (definirlo “critico cinematografico” è sicuramente troppo poco) che ha avuto l’idea di recuperare il film riportandolo però alla sua versione originale.

Potete ammirare due spezzoni de “La rabbia” sulla TV di Repubblica. Uno dei due, quello sull’immigrazione, è a questo indirizzo: http://tv.repubblica.it/copertina/la-rabbia-la-profezia-di-pasolini/23388?video ; molto bello anche l’altro, ovviamente, che riguarda il “nuovo” papa. Cioè, data l’epoca, Giovanni XXIII (ma Pasolini parla anche di Pio XII,al quale precedentemente aveva dedicato una poesia).

Tornando allo spezzone sull’immigrazione, dopo lo spot pubblicitario, marchio indelebile della società dei consumi, vedrete partire qualche minuto del film che monta su rozzi filmati dei cinegiornali degli anni ’50 e ’60, una lunga “orazione civica” scritta da Pasolini, ma letta da uno speaker d’eccezione: Renato Guttuso. E scusate se è poco.

L’inizio è folgorante: “Scoppia un nuovo problema nel mondo: si chiama colore. Si chiama colore, la nuova estensione del mondo.” E poco più avanti: “L’unico colore è il colore dell’uomo” recita Pasolini con la voce di Guttuso. E questa frase assomiglia molto a quella che Einstein scrisse sul suo foglio di immigrazione negli Stati Uniti d’America: “Razza: umana“.

Chissà cosa avrebbe scritto Pasolini oggi, 5 novembre 2008, giorno della proclamazione di un nero alla presidenza della prima potenza mondiale. Inutile cercare di indovinarlo, ci avrebbe probabilmente spiazzati una volta di più con la sua “solita imprevedibilità” (gli piacerà – almeno spero – questo ossimoro, a lui che nella celebre intervista raccolta da Enzo Biagi definiva la sua poesia come nata, cresciuta e alimentata dalle contraddizioni degli ossimori). Ma non è certo la circostanza di oggi che rende Pasolini un profeta. C’è ben altro.

Lo sottolinea spietatamente  Curzio Maltese in un articolo pubblicato su Repubblica il 24 agosto 2008:”Pasolini ha capito per primo e più a fondo di chiunque altro la mutazione antropologica del popolo italiano all’impatto con una modernità feroce, che l’avrebbe riconsegnato a un fascismo sotto nuove forme.”

Se le profezie servissero soltanto a conoscere prima, ciò che inevitabilmente accadrà dopo, sarebbero davvero inutili. i poeti-profeti, ancorché inascoltati, alzano la loro voce – sempre scomoda, altrimenti non sarebbero né poeti e né profeti – per avvisarci di quello che non vorrebbero che accadesse: se no perché lo direbbero?

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