Fellini e il fascismo

Ho riletto recentemente qualche passo del libro di Federico Fellini “Fare un film”. Scrisse questo libro raccogliendo qua e là le idee che aveva forse già scritto chissà quando.

Mi immagino che l’abbiano costretto a pubblicare. E che alla fine lui l’abbia fatto senza rileggerlo, come faceva con i suoi film: non li rivedeva mai.

Il libro è dedicato a Giulietta. Come lei è profondo, ma appare semplice. Qualche disegno infilato tra le pagine. E’ assolutamente privo di indice: tredici capitoletti che potrebbero essere messi in qualsiasi ordine e ciò non cambierebbe nulla del libro. Come solo con certi libri riesco a fare, e soprattutto con questo, apro a caso e leggo.

Mi investe una folgorante definizione del fascismo: nessun libro di storia – mi pare – ne ha smascherato così bene il meccanismo psicologico che tanto impatto ha avuto sulle masse.

Fascismo e adolescenza continuano ad essere in una certa misura stagioni storiche permanenti della nostra vita. L’adolescenza, della nostra vita individuale; il fascismo, di quella nazionale: questo restare, insomma, eternamente bambini, scaricare le responsabilità sugli altri, vivere con la confortante sensazione che c’è qualcuno che pensa per te, e, una volta è la mamma, una volta il papà, un’altra volta è il sindaco, o il duce, e poi il vescovo, e la Madonna e la televisione.

Ho cercato un fotogramma del fascista di Amarcord, ma niente… non l’ho trovato in giro per il web. Cercherò di estrarlo dal DVD così come lo estraggo dalla mia memoria. Ho trovato però uno dei manifesti del film, bellissimo: il fascista è in prima fila, accanto alla tabaccaia che stringe tra le tette-cosce il povero Titta.

Fellini è un grande antifascista. Sicuramente il più grande che abbia conosciuto. E intendo l’espressione in senso letterale: sì, l’ho incontrato veramente, nel 1981. Ma di questo racconterò forse un’altra volta.

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