Paura della libertà

Paura della libertà

Perché in Italia non c’è mai stata una rivoluzione? L’Inghilterra ha avuto la sua Rivoluzione nel XVII secolo e da essa è nata la monarchia costituzionale più importante del mondo; celebre è la Rivoluzione Francese figlia dell’Illuminismo e madre della rivendicazione universale dei diritti umani; e la Rivoluzione americana ha partorito la super-potenza che ha dominato il XX secolo e ancora oggi – pur con  fatica – lo domina; perfino la Russia, nel suo secolare immobilismo, o forse proprio grazie ad esso, è stata travolta da una rivoluzione da cui recentemente hanno dovuto riscuotersi molti Paesi dell’Europa orientale, i quali a loro volta hanno compiuto la “propria” rivoluzione.

In Italia tutto questo non è accaduto: prima perché l’Italia era una terra invasa da potenze straniere. Poi, dopo l’Unità, perché tutte le aspirazioni al cambiamento finiscono per disperdersi in un trasformismo tragico che lascia le cose come stanno, dando solo l’illusione di un cambiamento radicale. Neanche quando le condizioni sociali sembrano le più propizie, come nel biennio1919-21 oppure nel 1943-45 l’Italia sa fare una rivoluzione. Al ‘21 seguì un ventennio di regime fascista e al ’45 un cinquantennio di regime democristiano. In Italia hanno fallito la rivoluzione sia gli operai prima, che i contadini poi. Sembra – per gli Italiani – impossibile sfuggire alla borghesia “più arretrata e più ignorante d’Europa”, come nel 1962 Pasolini la definì.

Dei fallimenti della rivoluzione operaia si è spesso parlato e d’altra parte il concetto di democrazia progressiva elaborato da Togliatti ne aveva di fatto disinnescato le potenzialità. Molto meno si è discusso invece della fallita rivoluzione contadina, la cui potenzialità è bene descritta da Carlo Levi nel suo celebre  Cristo si è fermato ad Eboli, un’opera profetica sotto molti aspetti. Una rivoluzione – quella contadina – molto diversa dalla dittatura del proletariato, anzi tutta basata su un concetto di “autonomia” di vago sapore anarchico.

Per i contadini, la cellula dello Stato, quella sola per cui essi potranno partecipare alla molteplice vita collettiva, non può che essere il comune rurale autonomo. E’ questa la sola forma statale che possa avviare a soluzione contemporanea i tre aspetti interdipendenti del problema meridionale; che possa permettere la coesistenza di due alterne civiltà [città e campagna, ndr], senza che l’una opprima l’altra, né l’altra gravi sull’una; che consenta, nei limiti del possibile, le condizioni migliori per liberarsi dalla miseria; e che, infine, attraverso l’abolizione di ogni potere e funzione sia dei grandi proprietari che della piccola borghesia locale, consenta al popolo contadino di vivere, per sé e per tutti. Ma l’autonomia del comune rurale non potrà esistere senza l’autonomia delle fabbriche, delle scuole, delle città, di tutte le forme della vita sociale. Questo è quello che ho appreso in un anno di vita sotterranea.

Vita sotterranea? Underground! Carlo Levi parla di “vita sotterranea” dieci anni prima che la Beat Generation reinventi questo termine e ne diffonda lo stile alla metà degli anni ‘50.

Quando Carlo Levi scrisse in sette mesi –  tra il dicembre 1943 e il luglio 1944 – Cristo si è fermato a Eboli ripensava a quell’anno sotterraneo, ovvero lucano –  nel senso etimologico di “locus a non lucendo” (privo di luce) –  vissuto al confino in Lucania nel 1935, anno forse di culmine del consenso ottenuto dal fascismo, la cui euforia per l’impresa imperiale gli favorì il condono del confino nel 1936. Tra il 1943 e il 44 si poteva ancora sperare in una rivoluzione, una rivoluzione contadina, come quella che traspare dalle pagine di Levi. Ma di lì a un anno, scarso, le speranze sarebbero presto crollate: la caduta del governo Parri nel dicembre del 1945 avrebbe travolto le speranze di un cambiamento profondo della società italiana per il quale molti si erano spesi, come Carlo Levi, durante la Resistenza tra le fila di Giustizia e Libertà. Eppure l’analisi era chiara e convincente, perché dunque non potè avverarsi?

Quel che Levi a luglio del 1944 non poteva immaginare è che ad ottobre di quello stesso anno sarebbe stata fondata la Federazione Nazionale dei Coltivatori Diretti (Coldiretti); tantomeno avrebbe potuto immaginare l’importanza che essa avrebbe rivestito nell’immediato dopoguerra.
La Religione, la Patria e la Famiglia di lì a poco diventano il cemento che unisce la Chiesa e la Democrazia Cristiana ai contadini, che diventano contadini di Dio. I comunisti avevano già le fabbriche, non potevano pertanto avere anche la campagna. Così ancora una volta in Italia viene disinnescata la rivoluzione. In piena concordia con Alcide De Gasperi e Pio XII la Coldiretti per opera di Paolo Bonomi e di monsignor Giovanni Battista Montini, allora segretario di Stato del Vaticano e futuro papa Paolo VI, predica la genuina civiltà rurale dove si alimentano la laboriosità, la semplicità, il rispetto dell’autorità, cioè dei genitori della patria e delle tradizioni. Se oggi – in seguito all’inevitabile mutazione antropologica italiana – si è scollato il cemento con la DC, quello con la Chiesa tiene perché ancora oggi ogni Federazione provinciale ha un sacerdote come assistente ecclesiastico. La civiltà rurale contro quella della fabbrica delle città, dove “i lauti guadagni sono decimati dalle facili occasioni di spreco. Gli spettacolari divertimenti non valgono  la serenità delle ore trascorse nella pace familiare” (Pio XII, Basilica Vaticana 11.12.1956)

Cristo si fermò ad Eboli, il Vaticano no.  E Carlo Levi nel 1946 intitola la continuazione di Cristo si è fermato a Eboli Paura della libertà.

L’Italia non ha mai avuto una rivoluzione perché ha paura della libertà.

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